Correlati neurali nella pratica della Mindfulness

La Mindfulness è una pratica meditativa molto antica e apprezzata i cui benefici tuttavia, non sono stati particolarmente considerati come oggetto di indagine da parte della scienza classica. Almeno fino a pochi anni fa. Ma perché chi si occupa di dati e fatti empirici dovrebbe occuparsi di qualcosa di astratto e intangibile come la meditazione? Il fatto è che quando si parla di mente, pensiero, emozioni etc. e quindi di concetti apparentemente poco legati al mondo materiale e misurabile, non si può in realtà non parlare anche di cervello, neuroni e neurotrasmettitori, oggetti indiscutibilmente più tangibili, misurabili e dunque “scientifici”. E’ proprio questa la considerazione che, negli ultimi anni, ha portato ad una crescente curiosità e maggiore attenzione da parte delle Neuroscienze nei confronti delle pratiche meditative.

Ad esempio, molto recentemente si è scoperto che praticare con costanza la Mindfulness produce un effetto di attivazione della corteccia prefrontale e del giro cingolato anteriore, risultando in un’aumentata sensazione di benessere e riduzione dell’ansia (Ullrich-French et al., 2017). Inoltre, sono stati evidenziati grandi benefici anche a carico dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA): è infatti noto che in condizioni di stress il nucleo paraventricolare dell’ipotalamo rilascia il CRH (ormone di rilascio della corticotropina) il quale, a contatto con le cellule corticotrope dell’adenoipofisi, conduce alla secrezione di ormoni adrenocorticotropi (ACTH). Questi ultimi agiscono a loro volta sia sulla corteccia surrenale – la quale rilascia glucocorticoidi come cortisolo (un ormone che aumenta il metabolismo di glucosio)- sia sulla midollare del surrene, dalla quale viene invece secreta adrenalina (un neuro-ormone che, tra le altre cose controlla la sudorazione e aumenta battito cardiaco e frequenza respiratoria), risultando in un’importante riduzione dello stress, della ruminazione cognitiva e della produzione di pensieri intrusivi, e dunque in un generale miglioramento dell’umore e della gestione emotivo-comportamentale.

Altri studi si sono posti l’obiettivo di correlare i parametri mentali registrati durante la meditazione con quelli psicofisiologici dell’attività cerebrale. In altri termini: poiché è stato ampiamente dimostrato che la meditazione Mindfulness ha effetti positivi sull’autoregolazione emotiva, cognitiva e comportamentale, incrementa la consapevolezza del sé e riduce la dimensione autoreferenziale trasformandola da eccessivamente critica e granitica a flessibile ed aperta, praticarla con costanza potrebbe apportare cambiamenti neuropsicologici misurabili e persino riproducibili in laboratorio.
A partire da questa ipotesi, è stato effettivamente provato che la pratica meditativa ha effetti sulla neurogenesi. La Dottoressa Britta K. Hölzel e il suo gruppo di ricerca (2008) utilizzando strumenti di imaging funzionale, hanno notato nei meditatori esperti un particolare ispessimento di aree quali: la corteccia prefrontale (la cui attività è legata all’elaborazione di processi cognitivi complessi quali la razionalità e l’attenzione), quella somatosensoriale, l’ippocampo (memoria a breve termine, consapevolezza visuospaziale), l’insula (funzioni emotive e cognitive, controllo motorio, auto-consapevolezza ed esperienza interpersonale), l’amigdala (gestione e riconoscimento delle emozioni) e il giro cingolato anteriore. Qualche anno dopo (2011), effettuando osservazioni su 17 individui impegnati in un ciclo di meditazioni Mindfulness, gli stessi ricercatori hanno dimostrato come la pratica abituale si correli all’aumento della materia grigia nelle regioni cerebrali coinvolte nei processi di apprendimento e memoria, nella regolazione delle emozioni, nell’elaborazione di processi autoreferenziali e nell’empatia, risultando in un sensibile miglioramento dell’umore, dell’autoconsapevolezza, delle capacità di gestione dello stress e del comportamento in generale.
Interessante anche una ricerca (Brewer et al., 2011) nella quale sono stati confrontati tra loro un campione di individui abituali meditatori, un campione di meditatori non abituali e un gruppo di controllo composto da non meditatori, per valutarne le differenze in termini di cambiamenti cerebrali. Ora, è noto che in stato di riposo (non meditativo) e, ancor più, durante il cosiddetto “vagabondaggio mentale”, si attiva il cosiddetto “Default Mode Network” (DMN), un circuito neurale implicato soprattutto in processi autoreferenziali e automatici. Questo network comprende l’attività di aree quali la corteccia prefrontale mediale e il giro del cingolo posteriore. La sua attività è stata spesso associata a processi che vanno dai vuoti di attenzione alla ruminazione, dall’ansia alla depressione e persino a disturbi clinici quali il deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e il morbo di Alzheimer. Bene, lo studio in oggetto ha dimostrato che quando si medita con regolarità l’attività del DMN diminuisce sensibilmente (fenomeno noto come “deattivazione”), mentre si rileva un importante e duraturo aumento del metabolismo cerebrale in aree legate alla consapevolezza, in particolare l’insula e i lobi temporali.
In conclusione, la meditazione ha un’influenza tutt’altro che marginale non solo sul funzionamento del cervello ma anche sulla sua struttura, con innegabili benefici sul comportamento e sul benessere complessivo della persona. Nonostante ciò, ancora molto rimane da scoprire sui fini meccanismi attraverso cui la pratica meditativa agisce sulla fisiologia e sul comportamento umano. Tuttavia, le evidenze ad oggi disponibili in letteratura offrono un promettente scenario nei confronti dell’efficacia della Mindfulness in contesti clinici, riabilitativi, sociali, scolastici e, perché no, anche penitenziari. Diverse ricerche (es. Lizzadro et al., 2018) stanno già dimostrando come l’introduzione di programmi basati sulle pratiche meditative Mindfulness in carcere si traduca in una generale riduzione non solo di stress e ansia, ma anche in un miglioramento della qualità del sonno, una migliore gestione della rabbia, frustrazione e degli stati emotivi negativi (disperazione e colpa), l’abbandono di abitudini disfunzionali (es. abuso di alcool e sostanze stupefacenti), oltre che un aumento della sensazione di fiducia e di speranza nel futuro.

Riferimenti bibliografici

Brewer, J.A., Worhunsky, P.D., Gray, J.R., Tang, Y & Weber, J. et al. (2011). Meditation experience is associated with differences in default mode network activity and connectivity. PNAS, 108 (50) 20254-20259

Hölzel, B.K., Ott, U., Gard, T., Hempel, H., Weygandt, M., et al. (2008). Investigation of mindfulness meditation practitioners with voxel-based morphometry. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 3, 55–61

Hölzel, B.K, Carmody J., Vangel, M., Congleton, C., Yerramsetti, S.M., Gard, T. & Lazar, S.W. (2011).  Mindfulness practice leads to increases in regional brain gray matter density. Psychiatry Res., 191(1):36-43

Lizzadro, F., Sassano, C., Baiocco, R., Saliani, A.M., Pozza, A., Mancini, M. & Barcaccia, B. (2018). Efficacia della pratica della Mindfulness per le persone detenute in carcere. Researchgate.net, 325999134

Ullrich-French, S., Hernández, J. G., & Montesinos, M. D. H. (2017). Validity evidence for the adaptation of the State Mindfulness Scale for Physical Activity (SMS-PA) in Spanish youth. Psicothema, 29(1), 119–125

Nessun Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.