La morte non arriva sempre nei momenti più orribili e non sempre ci viene a cercare perché abbiamo fatto, detto o trovato fattori che possano avvicinarla a noi. Per Pierpaolo Lissandron la morte arriva inaspettatamente nella fredda notte del 29 gennaio 2001. Al termine di una lunga giornata di lavoro, il tassista di 38 anni compie la sua ultima corsa con un individuo sconosciuto e in un posto isolato. Arrivati alla destinazione periferica indicata dal passeggero, Pierpaolo ferma il taxi e tira il freno a mano. A un certo punto lo sconosciuto chiede: «Quanto è il costo della corsa?» e il giovane Pierpaolo prende il portafogli nella sua tasca per dargli il resto, ma non farà in tempo. Mentre conta i soldi, infatti, dal sedile posteriore dell’auto, lo sconosciuto tira fuori una pistola a tamburo, un revolver Iver Johnson calibro 32 e spara un colpo dritto alla nuca del tassista. Si tratta di un delitto a sangue freddo a opera di un non professionista poiché, a causa dell’imprecisione dello sparo, il tassista non muore sul colpo, ma un’ora dopo in ospedale. Chi poteva avere interesse a uccidere in quel modo un giovane tassista, un uomo come tanti, un uomo dalla vita normale, niente storie parallele, niente amanti, niente problemi economici, un onesto lavoratore? In mezzo a tutto quel sangue gli inquirenti non trovarono nessuna traccia, nessuna impronta che potesse ricondurre all’assassino, non c’era niente che aiutasse le indagini.

La lettera anonima

L’autopsia eseguita sul corpo del povero Pierpaolo Lissandron accerterà che la morte è avvenuta per l’esplosione di un unico colpo che ne ha devastato il cervello. Si trattava di un proiettile di medio calibro, senza un rivestimento in bronzo o in rame, ma con piombo nudo e crudo. Si tratta di un proiettile molto particolare e dirompente, perché quando colpisce un qualsiasi oggetto si deforma provocando automaticamente un danno maggiore all’interno dei tessuti che attraversa. La pistola a tamburo, dal canto suo, ha la capacità di trattenere il bossolo, non consentendo ai periti di essere analizzato perché portato via insieme all’arma. L’unica cosa che poteva essere analizzata sul corpo del tassista era questo piombo deformato, rimasto nella scatola cranica. Scattò la paura fra i padovani e, soprattutto, fra i tassisti che si chiedevano: “E se questo cliente che sto accompagnando in questa stradina fosse l’assassino?” Si trattava di una paura accompagnata dal dubbio di non riuscire a capire il motivo di quell’omicidio. Ma, a un tratto, accadde qualcosa di impensato: alla Questura di Padova arrivò una lettera anonima scritta con un normografo, uno strumento usato per tracciare le lettere, che informava il questore che l’assassino avrebbe ucciso altre persone se non gli fosse stata corrisposta la cifra esagerata di 12 miliardi di Lire. Il 30 gennaio 2001 sarebbe giunta un’altra lettera anonima per il questore, che lo informava del suo desiderio di voler pubblicare un annuncio sul Corriere della Sera recante questo testo: “Cercasi tornitore con 12 anni di esperienza”. Cosa voleva far capire lo sconosciuto?

L’ossessione per il numero 12

12 giorni dopo il questore trovò un altro messaggio inquietante in cui lo si invitava a inviare una pattuglia delle Forze dell’Ordine a un dato indirizzo. Lì venne ritrovato, all’interno di un appartamento in vendita, il corpo di un uomo, con accanto due carte da gioco, il Re di quadri e il Re di cuori: si trattava del corpo di Walter Boscolo, 38 anni, socio di un’agenzia immobiliare ucciso con un colpo alla nuca (stesso calibro, stesso tipo di cartuccia). Il delitto era accomunato a quello del tassista Pierpaolo Lissandron per il tipo di proiettile che li aveva uccisi e per il numero 12 (12 miliardi di Lire, 12 giorni tra un omicidio e l’altro). Ma la Polizia non trovò nessuna traccia, non aveva nessuna pista da seguire. L’11 Febbraio 2001 Padova si svegliò con l’incubo di un assassino che lasciava sul luogo del delitto due carte da gioco, due K. Gli inquirenti sequestrarono l’agenda del giovane Walter, sulla quale era indicato il suo ultimo appuntamento con la dicitura “Appuntamento con il Signor Pertini”. Ovviamente, un nome inventato. Ma in che modo, allora, il serial killer è caduto nella trappola che lui stesso aveva ideato?

La svolta

Dagli accertamenti sul cellulare di Walter Boscolo emersero delle chiamate di un paio di giorni prima e alcuni testimoni ricordarono la chiamata di un certo Signor Pertini interessato all’acquisto dell’appartamento in cui Walter era stato assassinato. La Polizia aveva un indizio: un numero che corrisponde a una carta telefonica prepagata. L’assassino non sapeva che, chiamando con quella carta prepagata, oltre a formulare un numero telefonico, si potesse ricavare anche un codice nascosto appartenente solo a quella carta. Tale codice funziona come il codice IMEI dei nostri attuali cellulari, un codice che viaggia insieme al numero chiamante, al numero chiamato e al codice appartenente al cellulare. In questo frangente il codice chiamante era quello della carta mentre l’IMEI era il codice in questione. Dopo aver effettuato alcuni accertamenti, i periti arrivarono alla lista dei numeri chiamati e si scoprì che pochi giorni prima, da quella carta, erano partite due chiamate, una verso una signora anziana di Palermo e una verso l’agenzia immobiliare di Walter Boscolo. Chi era il fantomatico sconosciuto? Era un insospettabile, un signore colto, rispettabile, con un inconfessabile segreto e un’ossessione che lo divorava. Il killer porta il nome di Michele Profeta, arrestato il 16 febbraio 2001 a seguito delle perquisizioni compiute nella sua autovettura, in cui era presente un normografo. Ma chi è Michele Profeta? Che vita conduceva? E perché aveva commesso questi omicidi?

Un serial killer unico nel suo genere

Michele Profeta nasce nel 1947 a Palermo, dove trascorre un’infanzia serena. Proprio per tale ragione viene classificato come un omicida seriale atipico, perché comincia a uccidere in età avanzata, per soldi. Non si tratta di un uomo con una sessualità malata né di una persona traumatizzata da un’infanzia di soprusi. Profeta è un uomo con una grande passione per il gioco d’azzardo (ed ecco perché usava le carte come firma dei suoi omicidi) che uccide in preda a una particolare follia e a un probabile delirio di onnipotenza, che lo spinge a elaborare un piano diabolico e malato con il solo scopo di estorcere dei soldi alla comunità. Un caso quasi unico. La vita di Michele è stata segnata da molti dispiaceri e fallimenti personali e famigliari, dai problemi di salute, poiché cardiopatico, materiali, dovuti alla mancanza di denaro e ai debiti di gioco, professionali, perché pur tentando molte strade (da ultimo il volantinaggio) era stato in grado di racimolare solo licenziamenti e umiliazioni e, soprattutto, era un uomo dalla doppia vita, anzi tripla, perché aveva alle spalle un matrimonio fallito con due figli, nella sua abitazione di Andria aveva una famiglia composta da altri due figli e nell’abitazione di Mestre si trovava la sua amante. A entrambe aveva taciuto l’esistenza di una seconda relazione. Michele lavorava in modo precario e i soldi che guadagnava non erano sufficienti per mantenere le famiglie: questo è il motivo che lo spinse a compiere gli omicidi.

La strada della semi-infermità mentale

Il processo fu breve, ma complicato, perché Michele negava ogni cosa e, anzi, quando gli veniva chiesto a cosa gli servisse un normografo, rispondeva che gli serviva per fare le lettere di pubblicità, senza dare spazio ad altri dubbi. Profeta tentò anche la strada della semi-infermità mentale, affermando che sentiva delle voci nella sua testa, ma si trattava semplicemente di un tentativo di farsi passare per incapace di intendere e di volere (espediente spesso usato nei casi di omicidio). I tre gradi di giudizio, tuttavia, non confermarono questa tesi, ma riconobbero la sua completa facoltà d’intenti smascherando anzi il suo vero intento di risolvere, attraverso gli omicidi, i suoi problemi economici. I 12 miliardi di Lire che Profeta aveva chiesto non gli vennero mai recapitati ma, in compenso, ha subito 2 ergastoli per i due omicidi di Pierpaolo Lissandron e Walter Boscolo.

Morte di un Professore

Profeta ha inizialmente scontato la sua pena nel carcere di Padova ma, a seguito di un tentativo di evasione (nel luglio 2001), è stato trasferito nel penitenziario di Voghera, in provincia di Pavia. Michele è morto a Milano il 16 Luglio 2001, a seguito di un infarto nella sala degli avvocati del carcere di San Vittore, mentre sosteneva il suo primo esame universitario in Storia della Filosofia.

Il Professore Davide Bigalli, che aveva assistito alla scena, affermò:

Michele ebbe un rilassamento, piegò la testa all’indietro, socchiuse gli occhi e iniziò a tremare come in preda a convulsioni. Le guardie chiamarono i medici del carcere, lo sdraiarono ma lui agonizzava e non ci fu più nulla da fare. Profeta morì davanti ai miei occhi.

Michele Profeta è oggi conosciuto come il serial killer di Padova o come il Mostro di Padova.

Era soprannominato il giardiniere, perché sostava solitamente nel giardino della vittima seduto su una sedia, o il Professore per via del suo aspetto distinto.

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