La “logistica” criminologica e spaziale del luogo di abbandono della vittima in caso di omicidio

L’articolo informativo proposto esamina, dal punto di vista criminologico e spaziale, la scelta del reo di occultare il corpo della vittima, spostandolo e nascondendolo in un’altra località, diversa dalla scena originaria del crimine. I contributi della criminologia ambientale e la letteratura scientifica in materia esplorano la prospettiva “logistica” di questo schema spaziale.

 

  1. Aspetti criminologici

Le azioni esecutive con cui un autore di reato gestisce il cadavere delle vittime sulla scena del crimine possono essere differenti (Picozzi, Zappalà, 2002):

posizionamento: il cadavere, posizionato in un modo scenico, è abbandonato in un luogo o in un posto dove è facilmente ritrovabile perché il reo vuole che il corpo venga rinvenuto. Un corpo lasciato in tal modo è detto “messo in posa ed esposto” – open and displayed (Keppel, 1997);

– occultamento: il corpo della vittima viene deliberatamente nascosto per ritardare il ritrovamento;

– scaricamento: il corpo della vittima viene scaricato in un luogo qualunque ed il suo ritrovamento è di secondaria importanza per l’aggressore, rispetto al posizionamento

Il posizionamento è una modalità simbolica di gestione del cadavere, una forma di teatralizzazione e di ritualismo sulla scena del crimine riconducibile alla firma comportamentale del reo. L’occultamento e lo scaricamento del corpo della vittima rappresentano un’azione strumentale adottata dall’offender per disfarsi dei corpi.

Nella dinamica interrelazionale tra la vittima e l’aggressore, il dump site ed il luogo di abbandono della vittima rappresentano l’ultimo segmento spazio-temporale del crimine, il sito in cui avviene il contatto finale tra la vittima e l’aggressore.  Capita che l’autore abbandoni la vittima nello stesso luogo in cui è stato commesso il delitto perché non è nella condizione per occultare il corpo, perché non ha interesse a farlo, perché percepisce il rischio di tale azione. In altri casi, il criminale realizza uno spostamento del cadavere dalla scena in cui è stato commesso il crimine verso un altro luogo dove è difficile trovarlo da parte delle agenzie di controllo, e tenta di abbattere qualsiasi distanza (fisica e psicologica) tra il delitto e la sua possibile identificazione.

Solitamente il sito di abbandono o di smaltimento del corpo della vittima coincide con la scena iniziale, a cui maggiormente gli investigatori sono esposti durante la fase delle indagini preliminari.

Alcuni offender, anche seriali, usano location multiple per perfezionare i loro crimini, e si liberano dei corpi delle vittime in luoghi diversi da dove è stato consumato l’omicidio. Il sito scelto come body dump location può cambiare per svariate ragioni, per questioni logistiche, come parte dell’evoluzione del modus operandi, perché quel sito ormai non è percepito come sicuro. Utilizzare differenti luoghi/siti coinvolge indubbiamente un comportamento geospaziale azzardato che comporta, a discapito dell’autore del reato, un’elevazione del livello di pericolo durante la fase finale esecutiva del delitto.

L’atto di nascondere il cadavere della vittima genera diverse considerazioni, sia per l’offender che agisce e sia per l’analista che valuta il caso. Difatti, lasciare il corpo della vittima in un altro luogo è sicuramente un comportamento criminale valutabile ai fini dell’elaborazione delle ipotetiche caratteristiche criminologiche dell’autore del reato. Il luogo di abbandono è il luogo in cui sarà possibile repertare le evidenze forensi e le tracce geo-comportamentali dell’autore, utili per chiarire le dinamiche fattuali del caso. Lo spostamento di un cadavere e l’occultamento dello stesso include generalmente la manipolazione del corpo, il trasporto in un altro luogo, a cui sono connessi stressor interni, il fattore fatica e il tempo che agisce come un limitatore comportamentale, la valutazione minima da parte del reo delle caratteristiche ambientali circostanti (le distanze, la struttura dello scenario geografico, la rete stradale, la densità di popolazione, un’area urbana). Quest’azione presuppone un costo, un dispendio di energia, fisica e mentale, per l’autore del reato, il quale sottopone a repentaglio la sua identificazione poiché inevitabilmente prolunga il tempo di interazione con la vittima e la sua permanenza su tutti i luoghi del crimine. Il tempo che l’autore del reato trascorre con la vittima condizionerà le aree di interesse per la scelta del disposal site, in quanto può dettare la distanza dai punti di ancoraggio del reo, ad es. per quanto lontano al di fuori della “zona di sicurezza” il reo avrebbe potuto viaggiare (Berezowski, MacGregor, Ellis, Moffat, Xanthé, 2021).

In effetti, queste circostanze innalzano la possibilità di individuazione del reo in ragione dell’aumento di “scambio” di tracce, come ricorda il principio di interscambio di Locard, concetto basilare della criminalistica, che può essere traslato anche in un contesto criminologico-investigativo.

Sul piano criminologico, gli elementi che possiamo estrarre dal comportamento tenuto dall’offender in occasione della scelta di abbandonare il corpo della vittima in un’altra location possono facilitarci l’acquisizione di informazioni circa la conoscenza del luogo da parte del reo, le competenze, il livello di esperienza criminale, le modalità di trasporto, il tempo a disposizione, le barriere fisiche superate, la tipologia di luogo, se la scelta è funzionale perché magari il sito si trova in prossimità di una strada che facilita la fuga (autostrada), se si tratta di una scelta di comfort perché è una zona conosciuta, la consapevolezza forense, la pianificazione, il pattern di mobilità specialmente nei crimini seriali.

Potremmo logicamente sostenere che qualsiasi criminale sceglierebbe di commettere reati, di abbandonare i corpi in territori molto distanti rispetto a dove vive per ridurre le probabilità di cattura. Ma ciò non sembra così scontato.

Alcuni studi criminologici hanno affrontato la questione geografica e le distanze percorse dall’autore del reato. Ricorrendo principalmente alle due teorie ambientali del crimine, rational choice theory e crime pattern theory, al principio del minor sforzo, alla dicotomia spaziale del modello marauder (residenti) e commuter (pendolari) di Canter, sono stati prodotti tentativi di interpretazione del processo decisionale spaziale del reo sotteso alla selezione logistica del sito di smaltimento del corpo della vittima. In base alla rational choice theory elaborata da Cornish e Clarke, la scelta ragionevole sarebbe quella di recarsi in un’area in cui i benefici percepiti superano i rischi. Secondo il principio del minor sforzo, gli offender compiono crimini nei luoghi in cui è più facile commetterli, in siti che richiedono un minor sforzo per essere raggiunti. Per quanto concerne gli assunti del “pattern criminale”, Paul Brantingham e Pat Brantingham (1981) hanno sviluppato una plausibile struttura del comportamento spaziale dell’autore del reato, suggerendo che questo modello è strettamente correlato alle attività quotidiane non-criminali tenute dal reo. L’area di residenza costituisce il centro attorno al quale l’attività illecita è costruita. L’autore di reato esce da questa “ancora geografica” per commettere i crimini all’interno del proprio normale spazio di consapevolezza. Sarebbe, pertanto, predisposto ad avere un modello di spostamento di tipo marauder, domocentrico (Canter, 2008), e, di conseguenza, a disporre il corpo delle vittime in luoghi situati lungo o tra i percorsi con l’area di residenza-home base e/o con una zona familiare.

 

  • Le mappe cognitive

Ai princìpi criminologici sopra citati è collegato anche il concetto di mappe mentali, la configurazione cognitiva di un ambiente. Secondo Canter e Hodge (2000), una mappa cognitiva contiene le rappresentazioni interne del mondo che le persone usano per orientarsi e prendere decisioni su cosa fare e dove. Una mappa mentale personale non indica inevitabilmente che un individuo ha una conoscenza dettagliata dell’area ma che ha un’immagine mentale della geografia di un’area specifica che gli consente di orientarsi nello spazio e nel tempo.

Le mappe mentali forniscono i confini esterni del potenziale spazio d’azione del reo, che può essere definito come l’area che contiene la maggior parte delle destinazioni, dei percorsi di un individuo. All’interno delle nostre mappe mentali esiste un’area più marcatamente conosciuta, denominata spazio delle attività: la zona di residenza di una persona, il luogo di lavoro, le aree ricreative, commerciali ed i percorsi di viaggio che collegano tali luoghi. La maggior parte delle attività quotidiane di un soggetto si svolge in o tra questi luoghi. L’abitazione, il domicilio rappresentano il fulcro della nostra esistenza territoriale. La gran parte di ciò che facciamo e dei luoghi in cui andiamo inizia o finisce con uno spostamento da o verso casa.

Sicuramente ci sono altri fattori che influenzano le decisioni spaziali, ma solitamente c’è qualche attaccamento, conoscenza di fondo con determinate location. E quando un offender è alla ricerca di una potenziale vittima o cerca di eliminare i corpi, con molta probabilità condurrà quest’attività in aree familiari. Conoscere i percorsi per entrare e uscire da una zona, il rischio associato alla presenza di testimoni o delle forze dell’ordine, l’ubicazione di siti isolati idonei e l’abbattimento dei vincoli di tempo sono componenti comuni che un reo potrebbe considerare nella selezione di un determinato sito.

 

  1. Aspetti investigativi

L’analisi della posizione del luogo di abbandono della vittima è interessante anche dal punto di vista investigativo-geografico in quanto permette anche di utilizzare la tecnica del geographic profiling (Rossmo 2000, 2005, 2016), metodologia investigativa di matrice criminologica che abilita le agenzie di controllo a priorizzare geograficamente una determinata area dove è possibile ricercare il punto di ancoraggio dell’offender. Per Rengert (in Rossmo, 2000), “Particolarmente significativi sono i punti di ancoraggio che raggruppano le attività di routine dei criminali su siti specifici nel nostro ambiente urbano… Se un criminale visita abitualmente lo stesso luogo quasi ogni giorno, questo luogo può fungere da punto di ancoraggio, attorno al quale le altre attività possono concentrarsi”, come, ad esempio, le location dei crimini situate intorno all’area di residenza.

Il geographic profiling si incentra sull’analisi, qualitativa e quantitativa, della «scena geografica del crimine», ossia un “sistema strutturato di location” all’interno dello scenario geografico dei crimini (in Magliocca, 2021a-b, 2020), e valuta le possibili connessioni tra i molteplici siti della serie criminosa. Ad esempio, esaminare separatamente la geografia dei punti di incontro tra vittima/offender ed i luoghi di abbandono dei cadaveri consente di poter avanzare ulteriori ipotesi sulla mobilità dell’autore di reato in relazione alla posizione dell’area del suo punto di ancoraggio. Il profilo geografico, sviluppato da Rossmo nell’indagine sul caso Freeway Phantom killer, basato sui luoghi in cui le vittime erano state viste per l’ultima volta/luogo di incontro, ha rilevato un’alta connessione spaziale tra l’offender ed una specifica regione areale intorno al St. Elizabeth Hospital (Rossmo, in Pardoe, Hester, 2019). Secondo Rossmo, in alcuni casi, il sito di incontro rappresenta il luogo in cui lo spazio di attività dell’autore del reato si interseca con lo spazio di attività della vittima, in cui è stata selezionata. Generalmente, l’autore del reato si trova in questo luogo perché ha relazioni con quel sito e le attività routinarie della vittima spesso si intrecciano in quello stesso spazio. Nella ricerca concernente tre serial killer -Hanse, Keyes, Legebokoff-, Du Beau (2021) ha rilevato che i siti di incontro sono localizzati più vicino alla residenza dell’autore o al luogo di lavoro rispetto alla posizione del disposal site.

 

  1. I risultati della ricerca scientifica

La rivisitazione parziale di differenti ricerche, specialmente quelle degli omicidi seriali, che hanno come oggetto di studio le distanze percorse dal reo dalla sua residenza ai siti di abbandono dei corpi delle vittime, suggerisce che la competenza territoriale di un autore di reato tende a coprire un’area di dimensioni non eccessivamente elevate e che i siti selezionati per lo smaltimento dei cadaveri sono soggetti a decisioni certamente deliberate e ragionate ma spazialmente ponderate.

Infatti, in relazione alle location del sito di smaltimento del cadavere sembra che esista una incidenza geografica della home base zone sulla motilità dell’offender. L’autore di un crimine violento potrebbe trasportare ed abbandonare il corpo delle vittime in luoghi molto lontani dalla scena del crimine primaria. Tuttavia, come è noto, il trasferimento del cadavere comporta il pericolo di essere identificati. Certamente, lo scopo dello spostamento e dell’occultamento del corpo è quello di moderare il rischio di essere scoperti. Per poter limitare tale inconveniente, l’offender è costretto a ripiegare su luoghi che conosce e/o riconosce come familiari. In effetti, in più studi è stato riscontrato che è più probabile che gli autori di un crimine abbandonino i corpi delle vittime in aree di cui hanno confidenza per motivi vari, e che questi luoghi siano collocati specialmente attorno alla loro residenza, al quartiere in cui vivono, al luogo di lavoro. Tali aree familiari potrebbero includere, come potenziali siti di smaltimento dei corpi, anche i percorsi di viaggio tra e verso queste località. Dallo studio[1] su 126 serial killer statunitensi e 29 britannici, è emerso che quasi il 90% degli offender americani e britannici risiedeva all’interno del modello “a cerchio” di Canter definito dalle posizioni dei luoghi dove erano stati abbandonati i cadaveri delle vittime (Lundrigan, Canter, 2001), risultato che dimostra la possibilità reale secondo cui gli autori di reato avrebbero la preferenza a disporre i corpi in luoghi a loro noti, soprattutto perché in precedenza vivevano in quell’area, al momento risiedevano nella zona, avevano una connessione sociale o lavorativa con quei luoghi.

Per Godwin e Canter (1997, p. 32, 37) è interessante notare che gli assassini seriali hanno la tendenza a coprire un’area più ristretta in cui lasciare i corpi delle loro vittime. Man mano che il numero degli omicidi aumenta, le distanze relative al punto di primo incontro con la vittima non sembrano cambiare nel tempo, ma le distanze del luogo di abbandono della vittima diminuiscono e rivelano la predisposizione a lasciare i corpi vicino al luogo di abitazione (a meno di 2 miglia di distanza). Secondo Canter, questo risultato “concorda con l’ipotesi secondo cui i loro crimini si integrino sempre più con la loro vita quotidiana e che una sorta di crescente senso di sicurezza, o una crescente determinazione a ridurre il rischio del trasporto di corpi, comporta che i siti di abbandono ed i luoghi di incontro siano posizionati vicini” (p. 36).

Sempre in Europa, in un’analisi degli omicidi commessi in zone rurali in Finlandia (Häkkänen, Hurme, Liukkonen, 2007), è emerso che nel 73% dei casi le vittime erano state abbandonate nei boschi e nel 27% in ambiente acquoso e che l’offender aveva familiarità (residenza, hobby, lavoro, visite periodiche) con i siti di smaltimento in oltre la metà dei casi. La distanza mediana tra la residenza (principale) del reo e il luogo di recupero del corpo era di 18,9 km; la distanza mediana tra la residenza della vittima e il luogo di recupero del corpo era di 19,8 km. Inoltre, la distanza tra la scena dell’omicidio ed il sito di smaltimento del corpo era più estesa per le vittime parenti, partner intimi o estranei rispetto ai conoscenti.

Il risultato della ricerca effettuata in Germania su 59 serial killer (Snook, Cullen, Mokros, Harbot, 2005) ha rivelato che questi criminali seriali vivevano relativamente vicino ai luoghi ove commettevano i reati e avevano la tendenza a lasciare i corpi delle vittime nelle vicinanze delle loro abitazioni (il 63% degli assassini viveva entro 10 Km dalle locations dei crimini).  

Nello studio americano effettuato su 840 casi di omicidi risolti, nel 35 percento delle volte la vittima è stata trovata nel quartiere dell’autore del reato, nel 27 percento all’interno della proprietà del reo e nel 15 percento in qualche altro luogo collegato allo stesso offender (Flores et al., 2021).

È più probabile che le vittime adulte siano lasciate sulla scena dell’omicidio e non abbandonate in altri siti rispetto a quelle di giovane età. Il cadavere di un adulto occultato in un’area rurale è usualmente rinvenuto entro 50 piedi (15 metri) dalla strada, da un percorso e a non più di 150 piedi (45,72 metri) dal veicolo utilizzato (Keppel & Birnes, 1995, in Rossmo, 2000). Anche nei casi di omicidi con rapimento di minori, non è improbabile che le vittime vengano uccise ad una distanza breve dal luogo di occultamento del cadavere. Negli Stati Uniti, Keppel et al. (1997) hanno riscontrato che la distanza tra il luogo di recupero del corpo e la scena del delitto era inferiore a 59 metri nel 69.1% dei casi di omicidio e nel 62,7% il sito di recupero era ubicato oltre un miglio e mezzo rispetto all’abitazione della vittima; nel 79.4% degli omicidi, il punto di contatto iniziale dell’offender  (viveva nell’area, svolgeva in loco specifiche attività sociali o lavorative) con la vittima era ubicato entro un quarto di miglio dal luogo di ultimo avvistamento della vittima.

Van Patten e Delhauer (2007) riportano che, nell’analisi di 187 omicidi sessuali a Los Angeles, escludendo i casi in cui l’offender non si è spostato per raggiungere il body disposal site, la distanza mediana dalla residenza dell’offender al sito di incontro con la vittima era di 2.67 km (1.67 mi), e la distanza mediana dall’abitazione del reo al sito di abbandono del cadavere era di 3.9 km (2,43 mi); la distanza media dal sito di incontro al luogo di abbandono era di 11 Km (6.9 mi) e quella mediana era di 4.2 Km (2.6 mi).

Nell’analisi di 54 casi di omicidi in Corea, Sea e Beauregard (2018) hanno dimostrato che la maggior parte degli autori ha commesso il crimine vicino al punto in cui hanno incontrato per la prima volta le vittime (0,3 km), e che erano propensi a percorrere distanze più lunghe per scaricare il corpo della vittima. In 47 casi, l’autore del reato aveva una conoscenza dell’area geografica in cui il corpo era stato abbandonato. Inoltre, nei casi di omicidio “espressivo” (comportamenti incentrati sulla vittima, mossi da rabbia, ira), era più probabile che le vittime venissero smaltite in luoghi lontani (ad es. a oltre 40 km) dalla scena del crimine, mentre le vittime di omicidi “strumentali” (con comportamenti incentrati su benefici materiali, sessuali) erano abbandonate in un luogo più vicino (ad es. entro 30 km).

Infine, gli studi di Santtila, Laukkanen e Zappalà (2007) hanno esaminato la relazione tra alcune caratteristiche del crimine e le distanze percorse dagli autori di omicidi. Distanze maggiori tra la residenza dell’autore del reato e il sito di abbandono del corpo erano associate ad omicidi avvenuti al chiuso, nelle aree urbane, nell’abitazione delle vittime; il corpo è stato generalmente trovato sulla scena dell’omicidio. Distanze mediane più brevi erano associate a comportamenti criminali come la distruzione o l’occultamento di prove, l’inserimento del corpo in una sacca. In questi casi, a volte, la scena dell’omicidio era anche la residenza dell’offender e l’avvio delle investigazioni è iniziato con una denuncia di scomparsa. Santtila, Laukkanen e Zappalà suggeriscono che in questo tipo di evento è probabile un coinvolgimento di una vittima conosciuta all’autore del reato, condizione che, specialmente se il delitto è stato commesso nella residenza del reo, rende rilevante per l’offender cercare di nascondere il cadavere, lasciato abbastanza vicino all’abitazione dello stesso reo.

 

  1. Conclusioni

Dalle risultanze della letteratura tematica, seppur non esaustiva, emerge che gli autori di crimini violenti, nonostante possano avere molto tempo a disposizione per occuparsi dello smaltimento/occultamento del cadavere delle vittime, trasportandolo in un luogo diverso dalla scena primaria, ignorano la presenza delle barriere fisiche e psicologiche, sono comunque condizionati da esse, avvertono l’impreparazione in termini di esperienza dei luoghi, e tendenzialmente non percorrono rilevanti distanze, non effettuano considerevoli, rischiosi spostamenti in zone assai remote e soprattutto non familiari, nelle quali non percepiscono un senso di sicurezza ed una reazione sociale prevedibile.

Considerando questo possibile scenario sarà opportuno valutare ulteriori interrogativi rispetto a quelli classici dell’investigazione criminale, rivisti da una prospettiva geografica. È possibile individuare lo spazio di attività dell’autore del reato (dove vive, lavora, le reti stradali intermedie, gli amici, la famiglia, i luoghi di ritrovo, le attività ricreative, i luoghi legati al lavoro)? Di cosa probabilmente il reo è a conoscenza territorialmente (aree intorno al suo spazio di attività che potrebbe non conoscere in modo dettagliato ma che sono comunemente note per essere isolate, discrete, non soggette a sorveglianza, diretta ed indiretta)?  In tal modo, scrutando tra lo spazio di attività del sospettato ed il flusso dei dati delle indagini, potremmo essere in grado di dare la priorità ad aree di ricerca rispetto ad altre.

È vero che gli studi concernenti il comportamento geografico criminale associato alla scelta del luogo di abbandono del cadavere delle vittime sono alquanto limitati. Tuttavia, alcune ricerche scientifiche, confortate anche dall’esperienza, offrono una certa consistenza di risultati, che, di conseguenza, concedono nel corso degli accertamenti, in accordo con le informazioni acquisite relative al sospettato, interessanti spunti criminologici ed investigativi.

 

Ancona, pittrice scomparsa e ritrovata morta dopo un mese: arrestati l’ex marito e il figlio

 

LA RICOSTRUZIONE DELLA PROCURA – Sono stati gli amici della 64enne abruzzese a denunciarne la scomparsa ai carabinieri di Cingoli il 16 ottobre. L’ex marito ha raccontato che, dopo la visita a casa, lui sarebbe partito con lei da Giulianova per riaccompagnarla e ha ribadito di averla lasciata nei pressi di Loreto. Una zona completamente diversa da quella dove è stato poi ritrovato il corpo, sfigurato e ridotto in stato scheletrico. Ma la versione dell’uomo non ha mai convinto gli investigatori. A maggior ragione perché diversi indizi raccolti raccontano un’altra storia. Secondo gli inquirenti, infatti, Giuseppe e Simone Santoleri hanno attirato la pittrice nella loro casa e poi l’hanno uccisa, probabilmente stordendola e poi soffocandola. L’hanno poi avvolta nel cellophane e nel panno carta e nascosta nel bagagliaio della Fiat Seicento a loro in uso, coprendola con diversi cartoni. Il tutto sarebbe avvenuto tra le 17 e l’una di notte. Il corpo, però, sarebbe stato portato a Tolentino solo due giorni dopo. Secondo la procura il movente è da ricondurre a una questione economica, in quanto la donna voleva tornare a vivere con l’ex marito ma, in questo modo, il figlio Simone sarebbe rimasto senza fonte di reddito.

LE TESTIMONIANZE – A riguardo, c’è il racconto di una testimone che sostiene di avere visto la vittima verso le 16.30, mentre parlava con il figlio. “Dopo tanti anni sei venuta a riprendere mio padre” avrebbe detto Simone alla madre. E poi c’è una donna di Tolentino che, alla trasmissione Chi l’ha visto? ha confidato di avere frequentato Simone Santoleri qualche anno fa e che, quindi, l’uomo conosceva Tolentino e le zone limitrofe. Una circostanza smentita da Simone Santoleri, che ha sporto querela contro la donna. Tra gli elementi a carico dei due uomini anche l’esito delle verifiche eseguite dal Ris, che ha riscontrato la compatibilità del terreno trovato sotto la Fiat 600 con quello prelevato sul greto del Chienti.

 

Estratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/06/ancona-pittrice-scomparsa-e-ritrovata-morta-dopo-un-mese-arrestati-lex-marito-e-il-figlio/4207968/

 

 

Riferimenti bibliografici

Berezowski V., MacGregor D., Ellis J. et al. (2021), More than an Offender Location Tool: Geographic Profiling and Body Deposition Sites. Journal of Police and Criminal Psychology

Brantingham P.L., Brantingham P.J., (1981), Note on geometry of crime, Canter D., Youngs D. (2008a)

Canter D., Youngs D. (2009), Investigative Psychology. Offender profiling and the analysis of criminal action, Wiley

Canter D., Youngs D. (2008a), Principles of Geographical Offender Profiling, Ashgate

Canter D., Youngs D. (2008b), Applications of Geographical Offender Profiling, Ashgate

Canter D., Hodge S. (2000), Criminals’ Mental Maps, in L.S. Turnbull, EH. Hendrix, B.D. Dent Atlas of Crime: Mapping the criminal landscape, Oryx Press

Godwin M., Canter D. (1997), Encounter and death: The spatial behavior of US serial killers, in Policing: An International Journal of Police Strategies & Management

Douglas J. Burgess A., Ressler R. (1997), Crime Classification Manual, Jossey-Bass

Du Beau, A.E. (2021), Psychogeographic Analysis of Serialists. poster and presentation 3rd Annual Webinar on Forensic Science, Global Scientific Guild.  

Flores V., Hyun K., Maeve S, Malinowska P., Ramanauskas B., Becker D., LeRoux H., Schlesinger L., Opanashuk L., Craun S.W. (2021), Body Disposal in Homicide, in FBI Bullettin

Häkkänen H., Hurme K., Liukkonen M. (2007), Distance patterns and disposal sites in rural area homicides committed in Finland, in Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling – October

Keppel R.D., Hanfland, K.A., Weis, J.G. (1997), Case management for missing children and homicide investigation, Attorney General of Washington, Olympia

Keppel R. (1997), Signature Killers, Pocket Books

Lundrigan S., Canter D. (2001), Spatial Patterns of serial Murder: an analysis of disposal site location choice, in Behavioral Science and the Law

Magliocca D. (2021a), The criminological inspection at the geographical crime scene, in American Journal of Multidisciplinary Research & Development

Magliocca D. (2021b), Investigative Geographical Profiling. A short overview about the geographical crime scene investigation, e-book, Youcanprint

Magliocca D. (2020), Il sopralluogo criminologico sulla scena georafica del crimine, in Rivista Sicurezza e Giustizia, dicembre

Pardoe B.L., Hester V.R. (2019), Tantamount: The Pursuit of the Freeway Phantom Serial Killer, ‎ WildBlue Press

Picozzi M., Zappalà A. (2002), Criminal Profiling, Mc-Graw-Hill

Santtila S., Laukkanen M., Zappala A. (2007), Crime Behaviours and Distance Travelled in Homicides and Rapes in Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling

Rossmo K. (2000), Geographic Profiling, Crc Press

Rossmo K., Laverty I., Moore B., (2005), Geographic Profiling for Serial Crime Investigation, in Geographic Information Systems and Crime Analysis

Rossmo K. (2016), Geographic Profiling in cold cases investigations, in Walton R.H., Cold Case Homicides

Rossmo K. (2005), Geographical Profiling, in Dialogo e Cultura per la Legalità, Organo ufficiale dell’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia

Rossmo K. (1995), Place space and police investigation: hunting serial violent criminals, in Crime Prevention Studies, volume 4

Sea J., Beauregard E. (2018), Body disposal: Spatial and temporal characteristics in Korean homicide, International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology

Snook B., Cullen R.M., Mokros A., Harbot S. (2005), Serial Murders’ Spatial Decision: factor that influence crime location choise, in Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling

Turvey B. (2001), Criminal Profiling: an introduction to behavioural evidence analysis, Elsevier

Van Patten I.T., Delhauer P.Q. (2007), Sexual Homicide: A Spatial Analysis of 25 Years of Deaths in Los Angeles, in Journal Forensic Science

 

[1] Nel campione americano la distanza mediana dalla residenza del reo al body disposal site era di 15 km; nel campione britannico era di 9 Km. Tali differenze probabilmente sono riconducibili alla diversa struttura demografica e topografica dei due Paesi.

Nessun Commento

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.