La ratio di una attività di indagine che abbia respiro balistico ed, in nome di una proficua interazione multidisciplinare, medico-legale, sta nel ricostruire gli accadimenti, in maniera quanto più scientificamente fondata, seppur pronunciandosi in termini probabilistici. Nei casi di lesività da agente balistico da cui sia derivato un ferimento mortale, la ricostruzione della dinamica degli accadimenti e le modalità dell’evento rappresentano il quesito ultimo, volto ad attenzionare l’operato di terzi nel suo determinismo, nonché il convergere delle risultanze di ogni altro quesito posto al consulente incaricato, che esita, inevitabilmente, con una diagnosi di omicidio, suicidio od accidente. Per procedere in tal senso, è fondamentale acquisire plurimi elementi che, qualora valutati nell’insieme, possano consentire una diagnosi differenziale, atteso ché, sfatando miti comunemente accolti, isolatamente considerati non possano consentire una propensione a favore di una tesi suicidiaria od omicidiaria, se non addirittura meramente accidentale.

                L’acquisizione di dati elementi presuppone, all’incipit, l’esame dei verbali di sopralluogo; i dati acquisibili e funzionalizzabili all’indagine riguardano il luogo in cui si sia realizzato l’evento, la posizione del cadavere, dell’arma e delle parti compositive del munizionamento.

                Ipotizzando che il luogo in cui si sia realizzato l’accadimento coincida con quello in cui siastato possibile rinvenire il cadavere, va considerato che, secondo la casistica a disposizione, il suicida predilige luoghi che possa avvertire come protetti, dunque solitari e familiari. Glissando, tuttavia, sul tipico caso suicidiario eseguito tra le mura domestiche, sono apprezzabili anche condotte antecedenti all’evento, compiute da soggetti che abbiano deciso di porre fine alla propria esistenza prenotando ed occupando una stanza d’albergo. Benché non manchino casi di suicidio eclatanti, dal momento che si siano concretizzati in luoghi che abbiano garantito una estrema visibilità dell’atto stesso; tipico è il caso di soggetti che abbiano messo in atto il proprio suicidio sulle linee di tiro di un poligono, mentre gli altri tiratori eseguivano, inconsapevoli di ciò che stava per accadere, la propria sessione di tiro. Lo stato dei luoghi (ordine o disordine, complementi d’arredo mancanti, etc.) può suggerire molto all’atto della attività ricostruttiva (es. pregresse colluttazioni), eventualmente individuando anche nell’ambiente scritti di ultimo saluto, la cui autenticità dovrebbe essere autenticata. La posizione del cadavere è assoggettata ad una attenta disamina delle tracce ematiche presenti sulla scena, mediante l’applicazione della metodologia della bloodstain pattern analysis, per ricostruire gli spostamenti di chi fosse presente. Devono essere vagliate le ipostasi ed eventuali posizioni incoerenti delle stesse. In merito alla posizione dell’arma rispetto al corpo, va riscontrato che, nelle ipotesi suicidiarie, la stessa è determinata dalla sede corporea attinta a scopo autolesionistico. Nel caso di utilizzo di arma corta da fuoco, la stessa è riscontrabile in prossimità del suicida. Non mancano, però, casi di armi ancora trattenute nella mano del soggetto. La più ovvia soluzione, comunque da non escludersi, opta per l’inserimento postumo dell’arma nella mano ad opera dell’offender a suggerire il caso di omicidio; purtuttavia, non deve affatto oscurare la più che riscontrata evenienza di armi ancora trattenute nella mano del suicida, poiché la morte non si giunta immediatamente. L’arma potrebbe essere addirittura assente nell’ambiente che rappresenta il teatro di un suicidio, in quanto sottratta ovvero spostata da chi abbia avuto accesso successivamente. Nel caso di arma lunga da fuoco, il suicida adopera marchingegni atti a consentire il ciclo dello sparo, abbattendo così l’ostacolo della distanza fisica tra arma e sede da attingere. La posizione dei bossoli, nel caso di meccanica semiautomatica, all’atto della ricostruzione dovrebbe apparire compatibile rispetto all’allocazione dell’arma nell’ambiente stesso  considerando la posizione del soggetto esanime; rimane, in ogni caso, priva di rilevanza se si consideri che potrebbe essere pacificamente alterata dall’accesso in scena di operatori a diverso titolo.

                In fatto di esame della lesività da agente balistico, occorre esaminare la posizione del foro di ingresso, il numero dei colpi, la distanza di sparo, la direzione del tramite intracorporeo, le condizioni delle mani ed, infine, l’arma. In merito alla posizione, va valutato l’indice di autoaggredibilità della sede attinta. Ad ogni buon conto, il suicida, sulla scorta della casistica esistente, predilige, nell’ordine, il capo (in particolare, la regione temporale), il torace, l’addome ed il collo. Non è improbabile, sebbene abbastanza raro, nel caso di autoferimento a scopo suicidiario, l’apprezzare sedi, tramiti e traiettorie reputate incongrue con lo scopo succitato. Si è appurato che l’autoferimento accidentale sia imputabile ad un erroneo maneggio dell’arma posto in essere durante una attività di pulitura, di caricamento e scaricamento dell’arma ovvero ad un difetto di produzione o malfunzionamento della stessa. Le sedi attinte possono non differire da quelle prescelte per lo scopo suicidiario. Nel caso di specie, però, e sempre vagliando la nostra casistica, la sede maggiormente attinta è il torace, di seguito gli arti ed il capo. Conseguentemente, la localizzazione del foro d’ingresso non risulta essere sufficientemente rilevante ai fini di una diagnosi differenziale, ricordando, tra l’altro, che molti eventi omicidiari siano caratterizzati da colpi esplosi a contatto a titolo di “esecuzione”, specie al capo. Anche se possa apparire sconcertante, la presenza di plurime lesività non potrebbe sempre adoperarsi per differenziare un evento suicidiario rispetto ad un evento omicidiario. Ed infatti, occorre accertare l’effettiva lesività mortale della singola lesione per poi escludere, deponendo il caso a favore di un evento omicidiario, che il soggetto avrebbe potuto compiere azioni autonome a seguito del primo colpo e della prima lesione riportata. E’ apprezzabile il caso di un soggetto avvezzo a velleità suicidiarie che, con una semiautomatica, dapprima si sia autoattinto l’addome, perpetrando semplicemente un tramite a semicanale ed una lesione non mortale; di seguito, lo stesso ha puntato l’arma alla propria tempia. Dalle lesività è possibile risalire alla distanza dello sparo, che, nel caso suicidiario, deve rispondere alle modalità di esecuzione ed alle caratteristiche anatomiche del soggetto. Le lesioni d’arma da fuoco a scopo suicidiario sono prevalentemente esplose a contatto od ad una distanza ravvicinata, seppur il dato non esclude una ipotesi accidentale ovvero omicidiaria.

                Rispetto agli elementi appena palesati, i quali non assumono una forza probante se considerati singolarmente, l’esame delle mani, assume, invece, maggiore rilievo, sia per quel che è attinente ai residui dello sparo, sia per la presenza di imbrattamenti ematici.

                In particolare, negli eventi suicidiari la ricerca dei residui dello sparo porta ad esiti di positività, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, nel caso di armi corte, tanto da far escludere un inficiarsi per “simpatia”. Gli imbrattamenti ematici sono, nel suicida, distribuiti sul dorso della mano e si identificano come back spatter. Il bloodstain pattern è risultante da gocce di sangue che viaggiano nella direzione opposta della forza esterna applicata. Le gocce presentano un diverso volume e sono molto piccole, disperdendosi a cono. Talvolta, sul dorso della mano è sovente riportata una lesione che, in maniera speculare, è impressa dallo strisciamento del carrello a seguito del suo arretramento, consequenziale ad impugnature non consone da parte del suicida.

                In laboratorio balistico, le indagini eseguite su arma e parti del munizionamento in reperto, che afferiscono all’indagine comparativa, nonché alla preventiva prova da sparo per vagliare la funzionalità dell’arma e derivare test per la comparazione, non differiscono in nessuno dei tre casi. I controlli che vanno eseguiti, specie per ragioni di sicurezza, hanno a che fare con:

– l’allocazione del caricatore e cartucce al suo interno (nell’ipotesi di semiauto), l’allineamento della camera di cartuccia con il vivo di culatta e numero di cartucce presenti nel tamburo (nell’ipotesi di revolver), il controllo del numero di cartucce;

– l’ ispezione della camera di cartuccia;

– la  verifica della posizione del cane o del percussore lanciato;

– l’accertamento dell’inserimento o meno della sicura;

– la stima del peso dello scatto.                 Di fatto, l’arma, prima di giungere in un laboratorio balistico, viene assoggettata al rilievo di impronte digitali e di tracce biologiche. E sono proprio questi elementi, in combinato con gli altri testé considerati, a chiudere il cerchio per l’esecuzione di una diagnosi differenziale, poiché la stessa può essere derivante solo da una valutazione globale dei parametri menzionati

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